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Jim Morrison: la tragedia greca e il rock


«A volte mi piace vedere la storia del rock’n’roll come l’origine della tragedia greca, che iniziò su piccoli spazi all’aperto nelle stagioni cruciali e all’inizio era un gruppo di fedeli che ballavano e cantavano. Poi, un giorno, una persona posseduta emerse dalla folla e cominciò a imitare un dio». Così si esprimeva Jim Morrison, l’icona del rock americano fra gli anni ’60 e ’70 e leader dei Doors, pensando alla tragedia greca (S. Davie, Author of Hammer of The Gods, London 2004, p. 246). In queste poche frasi egli condensa un parallelo tra due generi letterari e musicali, immaginandone percorsi comuni. La tragedia greca si sviluppò tra sesto e quinto secolo a.C., mentre la musica e gli spettacoli rock dal secondo dopoguerra hanno attraversato le mode musicali e il costume fino ai giorni nostri. Una simile interpretazione dell’origine della tragedia è di estremo interesse, soprattutto perché instaura una comparazione tra due generi apparentemente distanti e diversi. Eppure, il confronto è pertinente, perché molti sono i presupposti comuni.

In primo luogo gli spazi dove nascono sono quasi simili. Si tratta di zone aperte e marginali, agresti per certi versi. Questo significa che entrambi condividono un’origine popolare e periferica, per poi urbanizzarsi e diventare forma di critica e di contestazione.


                                                                                                                            Donato Loscalzo


Il Jim Morrison di Gianni DʼElia. Appunti sulla visione




Quando lo sciamano indica la visione il pubblico massificato non guarda né la luna né il dito ma solo il corpo di uno spettacolo privo di contenuti.

Questo paradosso dellʼimmagine come nemica naturale della visione permea tutta la vicenda esistenziale e artistica di James Douglas Morrison (1943-1971), artista colto e teorico di una nuova variante, sperimentale, di teatro tragico in versi, dove il conflitto di Guy Debord contro la società dello spettacolo e le ricerche di Giorgio Colli sulle origini del rito eleusino paiono incarnarsi in una forma inedita di poesia filosofica, mistica ed esperienziale, erede di Campanella e di William Blake, ma anche del Living Theatre e dellʼanticinema situazionista.


Il poeta Gianni DʼElia, studioso di Pasolini e traduttore di Baudelaire, ha recentemente svolto una lezione presso la Biblioteca di Cattolica, in Emilia Romagna, dal titolo "Le visioni di Jim Morrison", riascoltabile presso il podcast di RadioTalpa.


DʼElia, che si sta occupando di Morrison in occasione di un romanzo sincretico e sperimentale a cui sta lavorando da ormai più di quindici anni, sul tema della rivolta poetica contro le origini dualistiche del sistema di pensiero occidentale, pone sul tavolo della discussione estetica presente alcuni appunti preziosi sulla natura fonica (musicale) della visione e sulla sua irriducibilità allʼimmagine.


Lʼimmagine è cioè in grado di occultare con la sua presenza totalizzante la visione poetica, neutralizzando il discorso filosofico e sostituendolo con un feticcio normalizzante: un oggetto muto, incastonato dentro lʼegemonia estetica presente, che non rimanda ad altro che a questa. Così neutralizzato esso viene tramandato in una ripetizione senza più origine di senso. Come il concetto teologico del Dio cristiano, trasformato nei secoli nellʼicona del padre. Così il corpo stesso di Morrison, sostituito dal suo clone spettacolare.


E se "Neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere", come scriveva Walter Benjamin nelle sue Tesi di filosofia della storia, allora il nostro compito dovrà essere anche quello di difendere i morti, tanto dallʼoblio quanto dalla neutralizzazione dei contenuti determinata dalla sovraesposizione mediatica.

Quella di Jim Morrison, secondo DʼElia, è una visione apocalittica e palingenetica, che preannuncia cioè la fine di un mondo, il sistema di pensiero strumentale della borghesia occidentale decaduta dallʼilluminismo ai deserti del capitale, e lʼimminente ritorno sul campo della storia dellʼuomo spirituale.

Utilizzando una luminosa definizione di Mario Tronti, da uno dei saggi oggi raccolti nel libro Per la critica del presente (Ediesse, 2013), potremmo dire che la visione di Morrison collega i moti di rivolta degli anni Sessanta alle origini mistiche e non illuministiche del movimento operaio, lungo una linea di rivoluzione magica che da Campanella arriva a Baudelaire e al cristianesimo eretico e comunardo del 1848 parigino.

Il tema di questa rivolta non si limita al campo politico e sociale dei significati. I protagonisti tradizionali della lotta di classe novecentesca, il proletariato e la borghesia, sono infatti sostituiti da due termini inediti di conflitto, che danno anche il titolo ai due libri di poesia pubblicati da Morrison nel 1970: The Lords (I Signori. Appunti sulla visione) e The New Creatures (Le Nuove Creature).

Qui, nelle forme di una poesia-prosa/riflessioni sullʼimmagine di disarmante lucidità ("Non ci sono più ballerini, gli indemoniati. / La divisione degli uomini tra attore e spettatori / è il fatto centrale del nostro tempo."), la contestazione del paradigma borghese si presenta, come in Bataille, come unʼesperienza interiore che mira ad abolire un intero sistema di pensiero fondato sul dogma della strumentalizzazione automatica dellʼesistente. Il campo di battaglia di questo conflitto è la psiche: "Temi i Signori che sono in segreto tra noi. / I Signori sono in noi.".

Ma le origini eleusine dellʼesperimento di teatro musicale fondato da Morrison, "The Doors", rimandano intimamente al rito iniziatico in cui Dioniso e Apollo si rivelavano, per mezzo di unʼimmagine evocata fonicamente, come il duplice sguardo di uno stesso dio: il dio della contraddizione. La sfida di Morrison, attento studioso di Norman O. Brown e del suo commento post-marxista alla teologia antica, da Marcuse a Bataille, mira dunque al cuore di un nemico più intimo: lʼideologia della scissione e la cultura dualistica occidentale.

Gianni DʼElia individua tre livelli in questo processo di liberazione cognitiva:

  • Nel primo livello agisce il borghese, inteso come uomo-massa. Egli è al di qua dei contrari, proietta le contraddizioni allʼesterno di sé identificandosi con un termine e opponendosi allʼaltro della propria scissione.
  • Nel secondo livello agisce il poeta. Egli vive dentro la contraddizione. Contempla i propri opposti con lucidità e li pensa nelle forme dellʼossimoro permanente. Non riesce però a risolverli.
  • Nel terzo livello agisce infine il mistico. Egli vive al di là dei contrari. Scioglie la contraddizione in unʼoasi di silenzio e può ritrovare, solo perdendo il proprio guadagno, e cioè al di là di ogni principio di potenza utilitaristica e di ogni conformità al tempo strumentalmente scandito dalla produzione e dal consumo di merci e spettacoli (lʼorologio, il nemico antico di Baudelaire), la sua unità.

I Signori sono i custodi dellʼimmagine. Ogni immagine è una norma senza contenuto. Essa chiede di essere riprodotta senza pietà. Le Nuove Creature nasceranno tra le rovine di questa storia purificando la percezione con la musica della visione.



                                                                                                                                      Davide Nota



Teaching Literature Through Song Lyrics : The Poetry of Rock and Roll

With Ray McNiece and Sean Kelly



This performance and workshop explore lyrics and music as literary expression, showing how themes, styles, and techniques of contemporary songs connect with the history of poetry.

The 50 minute performance covers the varieties of "guitar poetry" that are the roots of rock and roll. From work songs (sea chanties, field hollers) to train songs, from country to blues, from jazz to Broadway show tunes, Ray and Joe demonstrate the styles that created and continue to inform rock And roll.

The workshop shows the links between songs from the performance and the diverse literary and oral traditions that comprise the American experience. "Summertime," from the musical Porgy and Bess, segues into Van Morrison's "Moondance," a love song in the same key. What is a love song? A train song, "Rollin' in my Sweet Baby's Arms," transitions to one of Woody Guthrie's dust bowl ballads and then to Curtis Mayfield's "People Get Ready." How do these lyrics reflect the respective times when they were composed? What is the influence of William Blake on Jim Morrison of the Doors? How do both poets use symbolism in their work? How did the Beat poets influence Bob Dylan? How does the lyric structure of Scottish Border Ballads compare with Blue's format? How has the African- American folk poetry of "the dozen's'' influenced rap? The workshop will discuss these questions through lecture, demonstration and question and answers The workshop will also include an audience participation finale where students will create the verses and chorus of a song.

The performance and workshop pivot from Steven Smith's LYRICIST REVIEW, and encourage students to compare and contrast the songs they listen to everyday with poems from the curriculum to gain an understanding of the power and beauty of poetry.

Ray McNiece is a published poet, an actor and a folk-rock guitar singer. He is lead vocalist for the poetry music project Tongue-in-Groove. Sean Kelly is a singer-songwriter in the Richie Havens tradition. He and Ray comprise the duo, Soul Surviving Sons.


                                                                                                                    Ray McNiece Poetry Education


Rock Criticism: When the Music's Over


An empty stage materializes. A phantom light breaks through the misty unknown, dividing darkness. A solitary orb settles upon the elevated, dusty old floorboards. Nothing has past, no one is present. Suddenly, flares of crimson punch through the density. “Yea, c’mon” A wily metallic chatter descends from the rafters, followed by a sonic vibration below. The instance plays on, resurrecting in the forsaken vacancy. The beast draws its breath, and then it happens. With a scream from the nether declaring “We are here”, all pistons are ablaze. A neon electric frequency cracks open the air, letting loose howling demons from another world. And so begins our excursion through voice and madness, isolation and deformity, desolation and obscurity, truth and pain, and the space in between. The doors of perception are open. The cascading noise speaks, “When the music’s over…” It beckons curiosity. It speaks again “When the music’s over…” It demands attention. “When the music’s over…” The recipient demands the answer. The voice grants it. “Turn out the lights” And again. “Turn out the lights.” Once more. “Turn out the lights” Thrice driving the inalienable, self-evident truth into consciousness, leaving no room for reproach. Without warning, the guest is cast down the rabbit hole; its circus troupe host mockingly shouting down to it as it goes. “Music is your special friend”, they say, as it’s sent spinning down euphoric humiliation, naked with guilt. The freak reads out the sentence “Dance on fire as it intends” And it does, as it’s sent deeper and deeper down recollection, unwillingly, towards some inevitable, wicked cosmopolitan. “Music is your only friend” And without warning, it’s over; Silence. The blank stage reappears. He steps into the light. “Until the end”, he whispers. The solar winds agree “Until the end” The floorboards rattle in approval “Until the end” The electric villain spits from its ruptured curtain in overwhelmingly consensus. And the show goes on. The dark figure on stage cries and screams in confliction, requesting and demanding in pain and anger and sadness in one harmonizing, beautiful breath, which sings the darkest poetry; uncertainty. The foreboding elements about the figure grow impatient as they wait for Him to reconcile with anonymity; pattering back and forth through the hollow stage as he attempts to do so. The figure comes forth from inquisition, a supposed truth in his mouth. “We want the world and we want it…” The music listens. “Now” The music sounds in indifference “Now?” The speaker waits for their rebuttal in innocent naivety. His music parent refuses him. “Now!” the villain shouts in rebellious defiance. Crying in unison for salvation, He and the music become one again, resounding in empathic hopelessness, revisiting discovered truths, holding firm in convictions, making love and war in sweet, safe, comforting resolution. And they continue to do so until their fire and brimstone bedchamber collapse, their sweet melody echoes through motion no more, water and earth sit beside one another no longer, souls ascend and descend apart, sorrow reaches for everlasting joy in vain. Then, turn out the lights.


                                                                                                                                      John Montana



Jim Morrison por Sam Fuller: "A lucidez é a ferida mais próxima do sol"




No final dos anos 60, Samuel Fuller vivia na Califórnia com a sua mulher, Christa Lang, cerca de 30 anos mais nova. Fuller era já conceituado, tendo assinado obras como The Steel Helmet, Pickup on South Street, House of Bamboo, China Gate, Forty Guns, Shock Corridor e The Naked Kiss, só para citar alguns. Sam conheceu Christa em Paris e, quando foram viver para Los Angeles, a atriz acostumou-se a receções e festas. O casal tornou-se amigo de Jacques Demy e da sua mulher, Agnès Varda, ambos realizadores franceses talentosos. Um dia, Christa visitou Demy e Varda, e deparou-se com Jim Morrison.


Quando o vocalista dos The Doors soube quem era o marido de Christa, ficou entusiasmadíssimo, jurou que era admirador dos filmes de Samuel Fuller e suplicou-lhe que o queria conhecer. “Christa não prometeu nada ao miúdo”, recorda o cineasta. “Ela já assumira um papel que desempenharia durante o resto do nosso casamento, o de guardiã polida, face a admiradores que me faziam perder tempo. Eu nunca ouvira falar deste miúdo, Morrison, nem do seu grupo, The Doors. Não estava nada interessado em conhecer uma estrela do rock, nem mais ninguém, já agora, visto que estava absorvido a escrever o meu guião, Riata.”

Christa, no entanto, convenceu-o de que aquele rapaz era um “artista sério”, e que deviam aceitar o seu convite para jantar num restaurante italiano de Sunset Boulevard. Fuller acedeu. “A noite foi estranha, mas memorável. Morrison, um miúdo carismático, não parava de falar da sua ambição de ser realizador. Jim tinha uns 23, nessa altura, mas já era veterano na indústria da música. As drogas integravam obviamente a sua existência diária”, comenta Samuel Fuller. “E estava tão pedrado nessa noite, sabe Deus com quê, que tentou fazer o pino diante da nossa mesa, no meio de um restaurante à pinha…”



Fuller não tinha paciência para tretas nem para supostos artistas presunçosos. E muito menos para rock stars. Mas viu algo em Morrison. “Gostei daquele jovem maluco e dotado, e pressenti que procurava desesperadamente uma figura paternal. Convidei-o para aparecer no “Shack” [nome que Sam dava à sua casa]. Ele visitou-nos muitas vezes, e eu punha Riata de lado para passar tempo com ele.”

Jim Morrison ficaria famoso pelo seu lado excêntrico e provocador, mas, na presença de Samuel Fuller, não era nada daquilo que imaginaríamos. “Sempre se comportou impecavelmente comigo, dizia-me que queria sair do mundo de loucos da música e enveredar pelo cinema. Era difícil acreditar que os concertos deste miúdo eram selvagens, com Jim a abrir a braguilha, expondo-se, e provocando o público com frases do género, ‘quero matar os vossos pais e foder as vossas mães!’”

“Jim relatou-me como fora crescer no sul dos EUA, falou-me da desaprovação do seu pai, um militar. Eu não conseguia entender de que modo podia ser um exemplo para ele, mas Morrison jurou que eu era. Realizara alguns filmes experimentais e pediu-me que os visse. Combinou uma projeção na UCLA [University of California, Los Angeles], e eu vi-os. Não eram grande coisa, mas transpareciam promessa. Encorajei-o a não desistir.”
Samuel Fuller acabou por se identificar com aquele “miúdo louco” mais do que pudesse supor. “O seu desejo de se reinventar era algo em que me revia. Para continuar a trabalhar no meio artístico, tínhamos de o fazer. Ele aprendia, tal como eu, que a notoriedade é uma espada de dois gumes. Quanto mais famosos nos tornávamos, mais difícil era mantermo-nos criativos.”
DESPERDÍCIOS E CONCLUSÕES

Fuller já ia nos 40 e tal quando se tornou famoso, já fora ardina, copyboy, jornalista, veterano de guerra; publicara romances e realizara vários filmes, hoje considerados clássicos. Como o próprio afirma:

“Eu tinha maturidade para lidar com isso. Aos 20 e poucos, Jim era alvo de enorme reconhecimento internacional. Ninguém, com essa idade, consegue lidar com tanta adulação. Isso transformou-o num ser humano desesperado, em busca de uma saída do castelo autodestrutivo da sua própria reputação.”
Ao aperceber-se disto, Fuller achou que não podia fazer muito mais senão ouvi-lo, quando Jim Morrison o visitava. “Era extremamente lúcido, com rasgos de autêntico brilhantismo, especialmente quando falávamos de cinema ou poesia. Como qualquer pessoa intensamente criativa, possuía um toque de loucura. A droga e o álcool conduziam Jim à sua autoaniquilação.”
Certo dia, Morrison apareceu em casa de Fuller com um livro de poemas, dando-lho de presente. Com grande solenidade, autografou-o: “Para Samuel Fuller. Morrison.” Era The New Creatures. Noutra altura, deu-lhe o manuscrito de um romance intitulado Look Where We Worship, o que Samuel achou “mais um exemplo de escrita tumultuosa e inspirada”.

A confiança entre ambos estabelecia-se, e Fuller fez algo raro, mostrou a Jim o argumento inacabado de Riata, no qual trabalhava. Morrison adorou. Um dia, em casa de Fuller, Jim pegou num exemplar da revista Life, com Mick Jagger na capa. Fuller gracejou que o vocalista dos Rolling Stones seria uma boa escolha para o assassino em Riata, e Christa sugeriu, seriamente, que lho propusesse.

“Morrison aproveitou para se oferecer timidamente para protagonista do filme. Eu disse-lhe logo que ele tinha um rosto demasiado dócil para o papel. Ele ficou destroçado, não como um ator que não conquista um papel, mas como um rapaz repreendido pelo pai. Saiu, com o rabo entre as pernas. Nunca mais o vi.”
Samuel dera-lhe a sua palavra de honra: Mal ele escrevesse o seu primeiro argumento, apoiá-lo-ia, aconselhando-o com cenas e personagens. “Senti-me terrivelmente mal por não conseguir ajudar aquele jovem atormentado que simplesmente tinha demasiados demónios para exorcizar”, lamenta Fuller. Não era hábito do realizador confraternizar com músicos de rock e, muito menos, apoiá-los ou ficar a pensar no assunto.

Jim Morrison faleceu em Paris, em julho de 1971. A mulher de Fuller encontrara-o, poucos dias antes da sua morte, na capital francesa, mais concretamente em La Coupole, em Montparnasse, nesse verão. Christa e a irmã ficaram chocadas ao ver que “o miúdo, outrora bem-parecido, estava agora gordo e distorcido, pálido e com ar doente. O abuso que infligira a si mesmo era terrível de ver, e uma dolorosa tragédia”, relembra Fuller.
O realizador não era estranho às vidas que descarrilaram em Hollywood, mas a morte e o desperdício do talento de Morrison impressionaram-no. Riata, com ou sem Jim, nunca foi completado. Também a sua mulher, Christa, se impressionava com as mortes prematuras no mundo artístico. Fuller e ela própria, amigos de Roman Polanski, tinham sido convidados para uma festa por Sharon Tate, dois dias antes do massacre. “Não fomos, porque Christa tinha outros afazeres, e eu estava a trabalhar afincadamente no meu script. Teríamos acabado como os outros”, declara Fuller, referindo-se ao caso Charles Manson.

Christa perdeu outra das suas amigas, pouco tempo depois, por suicídio, e era algo que começava a preocupá-la. Era também uma época em que trocava cartas com o escritor Henry Miller, e teve a ideia de escrever um livro sobre este assunto, em conjunto com o autor. Ao pesquisar tais matérias, Christa encontrou uma frase do poeta francês René Char, que, por acaso, Miller adorava: “A lucidez é a ferida mais próxima do sol.”


                                                                                                                                      David Furtado


Nietzsche, Jim Morrison, Henry Miller, os mercados e outras conversas - A. Pedro Ribeiro




"Estou à espera de um guia que me leve pela mão" (Ian Curtis). Estou à espera de um guia que me conduza ao Graal. Ao reino da fraternidade e da abundância. Não mais esta terra inóspita. "Consegues imaginar o que será de nós, ilimitados e libertos, desesperadamente necessitados da mão de um estranho num mundo desesperado?" (Jim Morrison). Consegues imaginar-nos, ilimitados e libertos? Tens de pensar, de acreditar no reino da luz. Segue-me. Vamos ter com Zaratustra à montanha. Esquece a cidade, esquece o mercado. Vamos ver o profeta maldito. Este é o caminho que conduz a nós mesmos. Este é o caminho do solitário, do cavaleiro da demanda. É o único que tens. Já te afastaste do reino da economia e dos mercados. Talvez encontres Jesus pelo caminho. Mas Jesus não é mais do que Zaratustra. Sente o amor, companheiro. Sente o amor, aqui nas alturas. A eternidade que amo. Ilimitados e libertos, como cantou o Jim. O outro profeta. Estou a escrever o livro. Estou a escrever o livro da celebração e da vida. Não há volta a dar-lhe. Bebo o Graal com Jesus, Morrison e Zaratustra. No alto da montanha. (...) Do alto da montanha contemplo o mundo. És minha, ó eternidade! Vou escrever o livro, o grande livro que muitos lerão. Ó leão, ó menino! Desceste às profundezas de ti mesmo e agora é-te difícil regressar ao mundo da norma e do trabalho. Odeias o mundo da norma e do trabalho! Vieste para algo de diferente, algo de superior. Vieste para quebrar as cadeias. Vieste para libertar os cativos. Vieste trazer a mensagem.


"I've been waiting for a guide to come and take me by the hand" (Ian Curtis). I've been waiting for a guide to lead me to the Grail. To the realm of brotherhood and plenty. No more this waste land. "Can you picture what will be, so limitless and free, desperately in need of some stranger's hand in a desperate land?" (Jim Morrison). Can you picture us, limitless and free? You've got to think, to believe in the realm of light. Follow me. Let's meet Zarathustra in the mountain. Forget the city, forget the market. Let's see the accursed prophet. This is the path that leads to ourselves. This is the path of the lonely, of the knight of the quest. It's the only one for you. You've parted with the realm of economy and markets. Maybe you'll find Jesus on the way. But Jesus is no more than Zarathustra. Feel the love, brother. Feel the love, here on the highlands. Eternity I love. Limitless and free as Jim sang. The other prophet. I'm writing the book. I'm writing the book of celebration and life. No way back. I drink from the Grail with Jesus, Morrison and Zarathustra. On the top of the hill. (...) From the top of the hill I contemplate the world. You are mine, oh eternity! I will write the book, the great book that many will read. Oh lion, oh child! You have descended to the depths of yourself and it is now hard to come back to the world of the norm and work. You hate the world of the norm and work! You have come for something different, something greater. You have come to break the chains. You have come to release the captive. You have come to deliver the message.


Jim Morrison, leitor da modernidade

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Anos 1960. A década que não acabou, marco do século XX com suas convulsões e invaginações frenéticas. O apocalipse nuclear ao alcance de dois botões, na crise dos mísseis cubanos. Descolonização afro-asiática, questionando o eurocentrismo nas relações internacionais. Revolução oficialmente cultural na China, informalmente cultural no Ocidente – estudantes às ruas, com o livro de Mao em riste por toda Pequim, nas barricadas do Maio de Paris, tornando-se alvos móveis na Cidade do México, esmagados pelos tanques soviéticos em Praga, em ritos fúnebres nas ruas do Rio de Janeiro. O Homem conquista a Lua. A mulher, o direito à igualdade nas relações íntimas e profissionais. Revolução sexual. Arte Pop e política como estética. Hippies. Fundamentalistas. Revolucionários.

No entanto, desafiando o coro da mudança, Jim Morrison, o xamã do Rock N’Roll, à frente dos californianos Doors, celebrava, em 1967...o FIM. Uma ação entre amigos, uma elogio do derradeiro sensível, não uma mera evocação abstrata, é o que se depreende do verso inicial do fim (1):


This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end


Se esgueirando por acordes vagamente orientais a cargo dos companheiros Raw Manzarek, Robbie Krieger e John Densmore (não mais uma novidade no entusiástico frenesi de fusões sonoras do Rock N’Roll de então), Morrison lima as pontas do “sonho hippie” sessentista. Como um Flautista de Hamelin temporão (ou o deus grego Pã), Morrison encarna o arauto do fim dos tempos, não como apocalipse, mas com uma aquiescência cerimonial. Com a pachorra zen dos budistas, ele inverte o sentido das orações, enfatizando, sereno – enfim, o fim. O tempo, Sísifo, eterno ceifador das construções humanas, torna-se visível quando se cerram os olhares. A visão, sentido moderno por excelência, alegoria empregada pelo poeta-xamã para caracterizar o fim. Seria Morrison um leitor singular da Modernidade...Ou apenas mais um bardo hippie turvado pelo espírito dos tempos?


Of our elaborate plans, the end
Of everything that stands, the end
No safety or surprise, the end
I ll never look into your eyes...again


Entrelaçar diferentes referências culturais é o que mais aproxima Morrison de seus contemporâneos, os hippies da década de 1960 que no entanto são alvo de sua crítica. Um abismo referencial separa o flower power californiano das visões túrgidas e inexoráveis – pois, trágicas – do futuro levada a cabo pelos Doors. O prazer vicário (2) exalado por todos os poros das canções dos Doors, em contraposição ao paraíso hippie, postava-se como uma versão californiana de Satyricon (3). Sem um baixista para sustentar ritmicamente suas canções – digamos, uma rede de proteção – os Doors se lançaram no olho do furação das te(n)soes encruzilhadas de 1960:


Lost in a Roman...wilderness of pain
And all the children are insane
All the children are insane
Waiting for the summer rain, yeah


Bem a seu estilo, Morrison alterna uma estrofe que toda banda do High-Astbury (4) poderia ter assinado tranqüilamente (“The blue bus/Is calling us”) com uma (sub)versão do mito grego de Édipo (o filho que mata seu pai e desposa sua mãe) ambientada na “Terra da Liberdade”, numa descrição com tons bastante vivazes para nossos dias de massacres em Columbine e Minessotta. A viagem do ônibus psicodélico, lúdica nas canções dos Beatles (5) e Who (6), torna-se uma tragédia grega, sem paralelo com seus contemporâneos. Mais - despida do efeito catártico incutido por um Sófocles (7). Outra navalhada dos Doors, inscrevendo a ferro e a fogo, de forma visceral, mas ainda alegórica (e portanto, velada) o sentido da mudança que seus contemporâneos deixavam nas sombras. A criação, por vezes, implica destruição.


The killer awoke before dawn, he put his boots on
He took a face from the ancient gallery
And he walked on down the hall
He went into the room where his sister lived, and...then he
Paid a visit to his brother, and then he
He walked on down the hall, and
And he came to a door...and he looked inside
Father, yes son, I want to…
Mother, I want to…


Morrison, pois, não está fazendo uma referência aos gregos para retomar os pontos de vista originais destes, mas uma apropriação, uma releitura. Como veremos a seguir, uma releitura moderna. Algo similar, a princípio, à releitura do mito grego operada por Sigmund Freud e tornada elemento basilar da psique humana. Mas, como de costume em se tratando de Jim Morrison, há mais para se ver do que desvelam os olhos.

Freud, não obstante um crítico da Razão (8), levou a cabo ele próprio uma abordagem estruturalista, caracterizando de forma logocêntrica (9) seu “Princípio do Prazer” e instituindo o Ego como mecanismo regulador das pulsões caóticas, à semelhança do Estado (num esquema mecanicista de fazer inveja a Sir Isaac Newton). Morrison, em seu introspectivismo crítico, por seu turno, retira as ataduras estruturalistas ao pensamento de Freud. À primeira vista, esse movimento poderia ser interpretado como uma reconexão do Id “emancipado” a um misticismo ancestral mais afeito à obra de Jung (10). Morrison, em transe xamânico, parece transfigurar sua proposta de uma consciência coletiva, telúrica:


Ride the snake, ride the snake
To the lake, the ancient lake, baby
The snake is long, seven miles
Ride the snake...he s old, and his skin is cold


No entanto, ao levar, conscientemente (que ironia) ao limite da realização o “complexo de Édipo” (antropologicamente, uma das poucas características comuns às sociedades humanas), Morrison não pretende restaurar um passado idílico, seja a “Idade de Ouro” dos conservadores britânicos (11), seja o “bom selvagem” de Rousseau. Nas trevas, Morrison vê uma nesga de luz. A promessa de emancipação irrestrita vem aninhada entre trêmolas nuvens, qual Valquírias em cavalgada (12). É uma anti-epifania moderna em suma:


Can you picture what will be
So limitless and free
Desperately in need...of some...stranger s hand
In a...desperate land


Sua proposta é uma ruptura antropocêntrica, moldada na gramática do gênio renascentista encarnado por Michelangelo – uma ruptura informada, por exemplo, pelas mesmas preocupações estéticas que levaram o mestre florentino, segundo seu biógrafo Vasari (13), a ignorar as preocupações científicas dos neo-aristotélicos, a perspectiva geométrica de Piero de la Francesca e as teorias homeostáticas de Alberti, na feitura do teto da Capela Sistina. A desproporção das dimensões das figuras de Michelangelo, as violentas contorções do espaço que ele levou a cabo no teto da Capela encontram espelho nas metáforas oblíquas de Morrison e nas reviravoltas súbitas de sentido de seus escritos. Ambos comungavam de uma precedência da expressão em relação à forma e a incerteza é uma presença constante em ambas as obras – como desafio ao espírito, ao dom do Homem (eudaimon). Nesse sentido, Morrison traduz o mito fundador norte-americano da “fronteira” como perdição, existencial, espacial. Os sítios se tornam palcos para uma tragédia anunciada. Não há ouro no fim do arco-íris. Todos os caminhos levam à incerteza:


There s danger on the edge of town
Ride the King s highway, baby
Weird scenes inside the gold mine
Ride the highway west, baby


Não obstante, Morrison não abraça, como seria esperado, a metafísica neoplatônica (14) que a estética de Michelangelo poderia implicar. O vocalista californiano traça outra de suas curvas abruptas, nesse sentido. Como Nieztsche, Morrison têm uma visão pessimista da sociedade humana em geral e de seu tempo, em particular. Mas, seguindo o filósofo alemão (e ao contrário, por exemplo, de Kurt Cobain (15)), o porta-voz dos Doors crê na possibilidade da redenção humana através da Arte. Morrison, curiosamente, também estende a mão para o anátema de Nieztsche, Sócrates, levando a cabo uma espécie de maiêutica em suas canções, porém uma maiêutica despida de pretensões racionalistas. A Verdade oculta em nós não é desvelada através de uma Razão transcendental, nem corresponde a um ordenamento racional da realidade. Ao mundo das idéias puras de Platão, a serem contempladas asceticamente (causa de severo tormento moral para Michelangelo, prenunciando o dilema barroco entre a carne e o espírito) Morrison contrapõe o poeta e místico inglês William Blake (um crítico do materialismo e racionalismo do século XVIII) e seu sensualismo radical:

”Quando as portas da percepção forem abertas, o Homem verá as coisas como verdadeiramente são – infinitas” (16)

A fuga, nos termos alegóricos de Morrison (sejam as drogas, a morte, o repúdio ao estrelato, a provocação estabelecida com seu próprio público, o isolamento, o hermetismo, a negação dos padrões socialmente admitidos de intimidade), nunca é completa, pois implica um retorno. A fuga, como negação, implica “fim da prisão”, pois um prenúncio para a mudança. A decadência é uma porta aberta (sem trocadilhos) para o novo – um rito de passagem, nos termos de Malinowski (17). “Ir para o Oeste” passagem entre a vida e a morte, em algumas culturas, é bradada a plenos pulmões pelo xamã californiano:


The west is the best
The west is the best
Get here, and we ll do the rest


Morrison levaria essa idéia ao pé da letra em direção aos anos derradeiros dos Doors, trocando sua imagem de anjo imberbe da psicodelia californiana – como ele mesmo diria, um bibelô da indústria cultural – por um meio-termo entre os arquétipos do “beatnik” e do “bluesman”: longas barbas, forma física prejudicada pelas drogas, cerveja e “junk food”, comportamento anti-social e freqüentes passagens pela polícia, narrativas situadas na Modernidade levando a um destino inevitavelmente trágico emoldurando canções cada vez mais minimalistas. Os clichês do Rock N’Roll e do Blues adquirem nova ressonância, por vezes mântrica, nesse arranjo singular dos cacos à margem dos sonhos manufaturados da indústria cultural perpetrado pelos Doors:


C mon baby, take a chance with us
C mon baby, take a chance with us
C mon baby, take a chance with us
And meet me at the back of the blue bus
Doin a blue rock
On a blue bus
Doin a blue rock
C mon, yeah


As letras dos Doors, dessa forma, tornam-se um diálogo com o ouvinte, em busca do desvelamento do caos, da tragédia e da ironia da existência humana, subjacentes, contidas pela rotina e pela interdição dos sentidos levada a cabo pelas instituições modernas. Em meio às sombras, Morrison vê em si próprio, e em cada um, uma nesga de luz. Metaforicamente tomando as músicas dos Doors como “tapeçarias sonoras” (caso não apenas de “The End”, mas de “When Music Is Over”, “The Celebration of the Lizard”, “The Soft Parade” etc), concordaríamos, como Caravaggio, que não há luz sem sombras. O Chiaroscuro sonoro de Morrison & Cia., não de forma gratuita, está traduzido nas sombrias capas de seus discos, nos cinemáticos vídeos de seus shows, nas metáforas herméticas e abruptas de suas letras. Das trevas emerge o foco de luz colocado sobre o xamã, o go-between, o Mercúrio dos romanos, amarrando o Moderno ao desconhecido – muitas vezes, a despeito do desgosto de seus contemporâneos, levados às trevas para posterior “reconquista” da luz. Morrison não se vê como mártir, mas afaga uma melancolia casual, dos incompreendidos sarcásticos, ao modo irônico de Voltaire:


It hurts to set you free
But you ll never follow me
The end of laughter and soft lies
The end of nights we tried to die


Está claro, pois, que a proposta estética dos Doors, não obstante radicalmente crítica, configura-se como narrativa moderna, totalizante. Morrison não renega a Modernidade como tal, mas a reinterpreta. Ele abraça o lado escuro da Lua chamado Modernidade não de maneira apocalíptica, como Benjamin (18), mas como possibilidade de realização, no plano imanente, de caracteres transcendentes do “humano”. Esta ontologia afasta o Rock N’Roll dos Doors de análises feitas nos anos 60, que viam a banda como mais uma tradução da “contracultura” hippie então em voga, influenciada pelo pensamento materialista das diversas correntes do Marxismo (canções de protesto como “Unknown Soldier” e aparentes chamados às armas como “Five To One” foram interpretados nesse sentido – a última, inclusive, associada às barricadas de Maio de 1968 em Paris).

Morrison, no entanto, advogava uma emancipação, através da mudança radical, mas uma emancipação simbólica, fundada no livre-sentir (não no livre-pensar), em faixas como “The End” e “Five To One”. Uma revolução da juventude, não pela juventude, mais facilmente adestrável, constituir a vanguarda do “novo mundo” pós-capitalista, mas por ela já conter em si, e exprimir à flor da pele, os caracteres definidores do “humano” – a potência de Nieztsche (a sensualidade), menos sujeita à interdição do sentido socialmente constituída. Á disciplina processual, doutrinária, da revolução materialista, Morrison contrapõe a ruptura que permite a realização imamente do a priori emancipado reino da sensualidade transcendente – uma ruptura, pois, sedutora. Diferentemente, pode-se dizer, de marxistas como Gramsci, Morrison não transporta a luta de classes da esfera da produção para a “sociedade civil” ou cultura. Ele rompe com a idéia de cultura com “visão de mundo” imanente, capaz de promover uma nova configuração social, em favor da transcendência. The Doors não era o que o senso-comum político diria uma banda “esquerdista” (19).

Da mesma forma, o decadentismo latente na obra dos Doors é dirigido contra-sensualmente em direção oposta à corriqueira operacionalização estética de um, digamos, “ethos” conservador. Os Decadentistas-Simbolistas alheiam o “eu-lírico” de qualquer conexão com outrem, refém de "forças ocultas" esmagadoramente poderosas – as instituições da Modernidade (20). Ao desespero atomístico, quase autista dos reacionários, às epopéias do “eu inerte” à espera de um milagre que o ressuscite, agonizante, sorumbático, Morrison, com sangue nas veias e pulsando de lividez, pressente uma oportunidade de redenção, de libertação, não no sentido gótico de libertação em relação ao mundo, mas de libertação DO e NO mundo. A mudança adquire um sentido positivo, ainda que eivado de morbidez, na obra de Morrison, filho temporão de Baudelaire e Rimbaud. The Doors tampouco era uma banda “de direita”.

As portas dos Doors, permaneceram, pois, abertas para o infinito, para além da rotulação compulsiva, binária, da Modernidade. Críticos do moderno, no moderno, ampliando o campo de possibilidades do moderno. Quanto mais teremos que esperar por novas propostas estéticas de tal robustez, no Rock N’Roll? Um estilo que, de tempos em tempos ouvimos dizer, morreu? Enfim...Remetendo às linhas pregressas, “The End” pode ser apenas o começo para algo maior. O Rock N’Roll ainda tem futuro, mas apenas porque o passado está presente no futuro (21).


This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end

This is the end



1. “The End” é a canção que fecha o disco de estréia dos Doors, homônimo, lançado em Janeiro de 1967 – o chamado “Verão do Amor”.
2. Projeção psicológica na qual um indivíduo se compraz com uma atitude alheia – considerada tabu – correspondendo a alguma coisa que esse indivíduo inconscientemente gostaria de ter feito...
3. Obra clássica romana, escrita pelo “árbitro da elegância” Petrônio em 65.
4. Localidade na cidade de San Francisco, EUA, considerada o berço do movimento hippie.
5. “Magical Mystery Tour”, do disco homônimo (1967).
6. “Magic Bus”, do disco homônimo (1968).
7. SÓFOCLES, Édipo Rei. São Paulo: Scipione, 2000.
8. De acordo com o autor austríaco, sua contribuição teria “retirado” o Homem do centro do Universo pela terceira vez, manifestando a falência do projeto iluminista, ao indicar que a não-centralidade da Razão como elemento definidor do comportamento humano (primazia concedida ao inconsciente). As rupturas prévias teriam sido as obras de Copérnico (retirando a Terra do centro do Universo) e de Darwin (colocando o Homem como apenas mais um animal a povoar a Terra).
9. Vide CAMPBELL David “Political Prosaics, Transversal Politics, and the Anarchical World. Challenging Boundaries: Global Flows, Territorial Identities” in SHAPIRO, M & ALKER, H. Minneapolis: University of Minnesota Press, 1996
10. Afinal, o arquétipo Morrisoniano do “Rei Lagarto” possui afinidades inegáveis com a obra jungiana.
11. FLORENZANO, Modesto. As Revoluções Burguesas. São Paulo: Editora Brasiliense, 1981.
12. A “Cavalgada das Valquírias” de Richard Wagner era utilizada com freqüência na abertura dos shows dos Doors.
13. VASARI, Life of Michelangelo. Ellsworth: Alba House, 2003.
14. Enquanto que Leonardo Da Vinci associava-se ao neo-Aristotelismo (daí sua predileção científica), Michelangelo Buonarroti foi grandemente influenciado pelas correntes neoplatônicas populares na corte de Lourenço de Médicis.
15. Vocalista da banda Nirvana, se suicidou em 1994.
16. BLAKE, William. The Marriage of Heaven and Hell. Miami: University of Miami Press, 1961.
17. MALINOWSKI, Bronislaw K. Magic, Science, and Religion. Garden City: Doubleday, 1954.
18. BENJAMIN, Walter. Obras escolhidas. Vol. 1. Magia e técnica, arte e política. Ensaios sobre literatura e história da cultura. São Paulo: Editora Brasiliense, 1987.
19. Bandas como Rage Against The Machine e System of a Down são comumente caracterizadas assim.
20. Anthony Giddens teria muitas críticas a fazer, nesse sentido. Vide GIDDENS, Anthony. Modernidade e Identidade. Rio de Janeiro: Jorge Zahar, 2002.
21. Expressão cunhada por Felipe Bicalho durante um dos debates que tivemos oportunidade de travar, a respeito da “temporalidade nas Relações Internacionais”, na UNI-BH em 2004.


 
                                                                                               Carlos Frederico Pereira da Silva Gama
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